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poesia preislamica
Letteratura

La poesia preislamica

Per poesia preislamica si intende i componimenti poetici appartenenti al V e al VI secolo d.C., epoca immediatamente precedente alla nascita dell’Islam, chiamata anche epoca della jāḥiliyya o dell’ “ignoranza” dalla verità salvifica che il Profeta Muhammad sarebbe stato incaricato di svelare a partire dal VII secolo d.C.

La poesia preislamica è stata la base della lingua e dell’estetica araba e ha costituito per secoli un modello poetico non solo per gli arabi.

Chi era il poeta preislamico

La società preislamica era una società a tradizione orale e il poeta era una figura rispettata, colui che riusciva a percepire la realtà circostante come nessun’altro era capace di fare. La sua arte era considerata innata ma anche temibile, perché si diceva che il poeta fosse ispirato dai jinn, cioè degli spiriti maligni che influiscono, negativamente o positivamente, nella vita di una persona.

La poesia non era per niente improvvisata. Il poeta studiava il suo uditorio, organizzava la struttura formale e la metrica della poesia, i suoi temi e il suo stile per adattarla al suo pubblico. L’adeguamento continuo della poesia, reso possibile dalla tradizione orale della società preislamica, spiega perché esistono diverse varianti di una stessa poesia.

Un poeta era spesso accompagnato da un giovane che era incaricato di imparare a memoria i suoi versi. Il “grande trasmettitore” aveva il compito di tramandarle in seguito alla morte del poeta, ma la poesia, a causa della sua natura totalmente orale, è esposta a continue modifiche e venne a crearsi il problema dell’autenticità della poesia, cioè quale poesia era l’originale tra le tante altre? Di conseguenza, un altro complesso problema da risolvere era definire la paternità del componimento poetico.

Durante la jāḥiliyya si distinguono due componimenti poetici principali, il rajaz e la qaṣīda.

Il rajaz comprendeva pochi e brevi versi, dalla rima sempre uguale, era il metro delle espressioni popolari estemporanee e prive di ambizioni letterarie, per esempio veniva recitata durante un’attività fisica ripetitiva, oppure in qualità di invettiva, contro i nemici, o per intimorirli, decantando la propria forza o altre valorose doti. Invece la qaṣīda era una poesia più complessa dal punto di vista strutturale e formale, ma anche dal punto di vista dei temi e dello stile.

I temi della qaṣīda sono stati stabiliti una volta per tutte, tre secoli più tardi, da Ibn Qutayba che, nel famoso Il libro della poesia e dei poeti, ha indicato lo schema della qaṣīda.

I temi della qaṣīda

  • L’amore nei confronti di una donna, tipico del preludio;
  • Il ricordo di un accampamento abbandonato e da qui il poeta immagina il mondo dei nomadi tra un spostamento stagionale e l’altro, la vita della tribù. Non si trattava della realtà, ma il ricordo di essa, la percezione che il poeta aveva della realtà, capacità innata e unica.
  • Attraverso il ricordo, il poeta descrive l’accampamento, gli edifici, ma soprattutto gli animali, come la gazzella, il leone, il cammello, di cui esaltavano il coraggio, la paura, la fame, l’angoscia per la perdita dei cuccioli. Per la maggior parte, le emozioni legate agli animali esprimono quelle del poeta stesso e degli altri uomini, grazie a metafore e similitudini.
  • Il viaggio, è il nucleo centrale della vita degli Arabi nomadi e della poesia stessa, e costituisce una metafora che conduce allo scopo della poesia: l’encomio (madiḥ), l’invettiva (hiǧā’) o l’elogia funebre (marṯiya). I versi in lode possono riguardare la tribù, il capo o una donna oppure si tratta di un auto elogio (faḫr). Degli uomini si ricordano le doti che li rendevano rispettabili e ammirati, mentre delle donne si cantava la bellezza e la nobiltà. L’invettiva comprendeva parole ingiurose e denigratorie nei confronti degli avversari, colpendone l’onore, ricordando i difetti come la vigliaccheria, le origini ignote, la mancanza di onore delle donne.

Le Mu‘allaqāt

Una famosa raccolta di qaṣā‘id è chiamata Mu‘allaqāt, che significa “le appese”. Nella jāḥiliyya i tessuti venivano usati come supporti scrittori , e i testi venivano appesi nella Ka‘ba per la loro bellezza. Il termine Mu‘allaqāt può riferirsi anche ai “ciondoli o pendenti”, dato che spesso nei titoli dei testi venivano usate parole indicanti dei gioielli.

Tale raccolta era stata commissionata da un califfo omayyade, forse Mu‘awiyya o ’Abd al-Malik, che chiese all’erudito Ḥammād ar-Rawiya di raccogliere le migliori poesie arabe antiche, degli esemplari, da far studiare al figlio. Alcuni manoscritti contano sette poesie, altre circa una decina. Tra i nomi di poeti più famosi, alcuni dei quali si ritrovano anche nei primi anni di diffusione dell’Islām, sono Imru’l-Qays, al-Hāriṯ ibn Ḥilliza, ‘Amr ibn Kulṯūm, Ṭarafa, Zuhayr, Labīd, ‘Antara al-‘Absī e al-A‘šā.

Per capire la struttura della poesia araba antica, analizziamo un estratto della qaṣīda di Imru‘-l-Qays, il poeta preislamico più famoso e che la tradizione indica come pioniere della poesia araba. Il verso (bayt) è costituito da due emistichi, il primo è chiamato ṣadr e il secondo ‘ajz. Ogni verso termina con la stessa rima, in questo caso lām in caso obliquo (in rosso). Nel primo verso di una poesia la rima è spesso presente anche alla fine del primo emistichio (in verde).  Ogni emistichio è formato da piedi (taf‘il pl. tafā‘il) che costituiti da 4, 5, 6 o 7 lettere.

Questa è la traduzione in italiano dell’estratto scelto:

“Fermatevi, e piangiamo al ricordo di un essere amato e di una dimora situata dove finiscono le dune, fra ad-Dakhūl, Hawmal,

Tawdih e al-Miqrāh, la cui traccia non è cancellata né dallo scirocco né dalla tramontana che le vanno ondulando.

Negli spiazzi e sul suolo battuto si vedono ora soltanto gli escrementi delle gazzelle, simili a grani di pepe.

La mattina della separazione, il giorno in cui caricarono i cammelli presso i rovi della tribù, fu come se avessi spezzato il frutto amaro della coloquintide.

Fermatevi, come adesso i miei amici fermano per me le loro cavalcature dicendomi: Non morire di dolore,  e sii paziente!”

Per leggere l’articolo in lingua araba clicca qui.

Fonti:

Amaldi, D., Storia della letteratura araba classica, Zanichelli, Bologna, 2004;

Toelle H., Zacharia K., Alla scoperta della letteratura araba. Dal VI secolo ai nostri giorni, traduzione a cura di Schilardi G. e Serafino P., Argo Editrice, Lecce, 2007.

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